Ciao a tutti,
il buon Digio mi ha chiesto di iniziare a pensare alla Terra Santa (27 dic. – 3 gennaio).
Mi rendo conto che le ferie sono finite adesso ecc ecc ecc …
Pubblico questa testimonianza sperando che possa servire alla scelta.
“L’anno venturo a Gerusalemme”
così si augurano ad ogni Pasqua gli Ebrei dispersi nel mondo. È il desiderio di voler tornare alle proprie radici, probabilmente lo stesso desiderio che sentivo e che mi ha spinto a partire. A questo va aggiunta anche l’esigenza di verificare, di mettere alla prova se ciò su cui sto costruendo la mia vita è un fondamento solido.
Insieme ad altri giovani abbiamo avuto il dono di visitare i posti più importanti per la nostra fede e, in questo momento, anche la fortuna di gustarli in un modo veramente speciale visto che l’affluenza di turisti è bassissima.
Ogni giorno ci siamo trovati di fronte un paesaggio diverso. Mi ritorna in mente la dolcezza del lago di Tiberiade, l’ampiezza della valle del Giordano, la solennità del Tabor, la serenità delle alture per raggiungere Gerusalemme e infine il silenzio maestoso del deserto e del Mar Morto.
La presenza della parola di Dio ci ha sempre accompagnato. Trovarsi a Nazareth, sul lago di Galilea, a Cafarnao, a Gerusalemme, a Betlemme significava, quasi un ritorno a casa nei posti dove si sono svolti i fatti che dentro il nostro cuore sono un riparo e un riferimento morale sicuro.
“In Terra Santa si legge il Quinto Vangelo”
Così ci disse don Marco prima di partire, per spiegarci quel momento in cui i fatti che costituiscono il fondamento della nostra religione si radicano con la terra. Non c’è modo per spiegarlo o trasmetterlo, se non quello di invitarvi ad andare a leggere gli avvenimenti del Vangelo nei posti dove questi sono accaduti.
“Gesù si trovava sulla riva. Stava in piedi e la folla si stringeva attorno per poter ascoltare la parola di Dio. Vide allora due barche vuote, i pescatori erano scesi e stavano lavando le reti. Gesù salì su una di quelle, quella che apparteneva a Simone, e lo pregò di riprendere i remi e allontanarsi un po’ dalla riva. Poi si sedette sulla barca e si mise a insegnare alla folla”
(Lc 5, 1-3)
In quel momento in mezzo alla folla, in quella spiaggia del lago di Tiberiade, c’eravamo anche noi. In tutto quell’incanto ho capito come la parola di Dio sia nata per essere rivolta ai semplici, a gente senza necessariamente i grandi numeri, ma che comunque ha saputo dire il proprio Sì, quello di chi si getta a capofitto in un’avventura entusiasmante. Quell’avventura che ti cambia la vita e, al tempo stesso, ti richiede impegno e sacrificio.
Non posso poi dimenticare il significato di trovarsi nel posto dove è echeggiato quell’
“Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”
(Lc 1, 38)
in quella città da cui, si diceva, non sarebbe mai potuto venire niente di buono.
La Terra Santa ha chiamato loro ma può chiamare ognuno di noi. È proprio così, la Terra Santa ci ha chiamato e noi abbiamo avuto la possibilità di rispondere.
Spero che questa testimonianza possa servire a qualcuno di voi per partire. Sì perché così hanno fatto Maria, Pietro e tutti gli apostoli. Noi abbiamo bisogno della Terra Santa ma anche lei ha bisogno di noi. Se quei posti sono Santi, lo sono anche perché c’è una comunità che, nelle difficoltà, ha pregato e, a costo della vita, difeso i luoghi dove si custodisce tutto il significato del nostro essere cristiani.
Noi siamo andati là e abbiamo capito che il nostro Signore ci chiede cose impossibili perché lui stesso ci ha dimostrato che queste possono succedere. Non è lui forse che a Gerusalemme ha vinto la morte? C’è un sepolcro che è vuoto a Gerusalemme! Noi l’abbiamo visto con i nostri occhi, e state sicuri che non sei più lo stesso una volta che torni a casa.
Rivolgo infine a tutti l’augurio di avere quel contatto con la presenza viva e misteriosa dell’Emmanuele, il Dio con noi, che proprio in quella terra si è incarnato e ha
“Posto la sua dimora in mezzo a noi” (Gv 1,14)
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